Francia e Italia pesano insieme quasi la metà del bilancio dell'Unione. Nel 2021 hanno firmato un trattato che nulla obbliga a lasciare dormiente. E dispongono, tra Genova e Marsiglia, di una città fondata dai Greci, che è stata italiana per più secoli di quanti ne abbia passati da francese.
C’è un modo pigro di parlare della coppia franco-italiana: dire che potrebbe sostituire quella franco-tedesca, e fermarsi lì. Non è ciò che fa questo dossier.
Che cosa sostiene davvero la tesi
Henri de Grossouvre avanza tre proposizioni distinte, e vanno tenute separate.
La prima è una constatazione sulla Germania. Dalla riunificazione, scrive, il riflesso franco-tedesco si è indebolito — non per cattiva volontà, ma perché Berlino ha perseguito i propri interessi. Lo ha documentato altrove, nella sua analisi del 2024 per Revue Conflits, dove descrive una Germania che ha esternalizzato la propria energia alla Russia, la propria sicurezza agli Stati Uniti e una parte della propria crescita alla Cina.
La seconda è una proposta istituzionale. Il trattato del Quirinale, firmato nel 2021, occupa per la coppia franco-italiana il posto che il trattato dell’Eliseo occupa per quella franco-tedesca. Esiste, è in vigore, ed è pochissimo utilizzato. È una risorsa disponibile, non un’ipotesi.
La terza è una tesi sulle capacità. Un asse non si misura dalle dichiarazioni ma da ciò che consente di fare insieme: rotte mediterranee, industria della difesa, energia, infrastrutture digitali, capitali. Francia e Italia controllano insieme quasi la metà del bilancio dell’Unione. È peso esecutivo, non simbolo.
Perché Nizza
La scelta di Nizza non è decorativa. Fondata dai Greci nel III secolo a.C., poi romana, poi piemontese, la città è rimasta culturalmente italiana per diversi secoli prima dell’annessione alla Francia nel 1860. È, in senso stretto, un punto di contatto — e l’autore cerca sistematicamente i punti di contatto anziché i centri.
L’editoriale si appoggia su due dinamiche locali: il ruolo di Éric Ciotti nel rafforzamento dei legami con la Liguria, e la direzione del Centre Universitaire Méditerranéen da parte del professor Bernard Asso. Questi elementi appartengono all’argomentazione dell’autore; questo sito li riporta, non li fa propri.
Una tesi che precede la sua attualità
Ciò che dà solidità a questo dossier è cronologico. Nel novembre 2021, in un’intervista al Club Italie-France, Henri de Grossouvre sosteneva già che Francia e Italia condividono, in materia finanziaria, più interessi comuni di quanti ne abbiano con la Germania e i paesi del Nord. Vi indicava lo spazio e i trasporti come ambiti prioritari di cooperazione, e affermava che Roma resta il cuore spirituale e culturale dell’Europa.
Cinque anni prima dell’editoriale. Non è dunque una posizione presa alla luce dell’attualità: è una posizione costruita, e poi pubblicata quando è diventata leggibile.
L’Italia era già nell’avanguardia
Un dettaglio passa spesso inosservato, e merita di essere segnalato. Quando Henri de
Grossouvre descrive, alla fine del 2019 sulla Revue Politique et Parlementaire,
l’avanguardia politica che potrebbe portare l’autonomia strategica europea, ne dà l’elenco:
Francia, Germania, Italia, Belgio, Lussemburgo.
L’Italia vi compare dodici anni dopo la prima opera collettiva del Forum Carolus, dove
l’avanguardia proposta riuniva Francia, Germania, Belgio, Lussemburgo, Ungheria e Austria
— senza di essa. Tra le due, qualcosa è cambiato nella sua analisi: il peso industriale e
di bilancio italiano vi diventa un attivo, non un rischio.
Che cosa dovrebbe fare l’asse
L’editoriale si guarda da una lista di desideri. Indica cinque terreni sui quali un asse
Parigi-Roma si misurerebbe.
Le rotte mediterranee anzitutto, perché un asse che non controlla le proprie vie di
approvvigionamento è solo una dichiarazione. Poi l’industria della difesa, dove i due
paesi dispongono di basi capaci di programmi comuni. L’energia, dove interconnessioni e
terminali del gas disegnano già una geografia franco-italiana che in pochi guardano. Le
infrastrutture digitali, che si ricollegano direttamente al dossier delle tecnologie di
sovranità. E i capitali, dove l’autore sosteneva già nel 2021 che i due paesi
condividono tra loro più interessi comuni di quanti ne abbiano con la Germania e i paesi
del Nord.
Nessuno di questi cinque terreni è simbolico. È il proprio del suo metodo: un asse si
giudica da ciò che consente di fare, non da ciò che consente di celebrare.
Il modello politico sottostante
Una precisazione si impone, perché spesso si perde. Il quadro rivendicato non è federale: è un’Europa delle nazioni di ispirazione gollista, costruita su cooperazioni concrete tra Stati anziché su un trasferimento di sovranità. Era già il quadro esplicito di Parigi, Berlino, Mosca nel 2002. L’asse cambia direzione; il metodo no.